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lunedì 19 marzo 2012

-208 o -21?

Il 14 ottobre, tra duecentootto giorni e qualche ora, si svolgerà la Maratona d'Italia, che anche quest'anno si disputerà a Modena.
La maratona è lunga 42,195 chilometri.
Ho deciso che vi parteciperò.
Non alla maratona vera e propria, ma alla mezza maratona.
Che, comunque, per chi non è forte in matematica, sono sempre 21,097 chilometri.
Ora come ora, il mio allenamento mi permette di correre continuativamente per circa 97 metri, quindi mi rimane da imparare a correre per altri 21 chilometri in 208 giorni.
Ovvero, un chilometro ogni dieci giorni.
Ce la posso fare?

martedì 16 novembre 2010

Men in Red

Spiegatemi solo questo: come avete fatto?
Avevate fatto una scommessa con la Red Bull su chi avrebbe perso il mondiale nel modo più stupido?
Spiegatemelo, perché io proprio non lo capisco.

Qualcuno avrà avuto la classifica sotto mano, no?
Quella che, prima della gara, diceva:
  1. Alonso 246
  2. Webber 238
  3. Vettel 231
Qualcuno l'avrà guardata durante l'ultima settimana, no?

Ecco, ora spiegatemi, per cortesia, che cosa faceva quel Qualcuno quando è stato deciso di regalare il titolo a Sebastian Vettel.

Spiegatemelo lentamente, perché io non ho capito.
Seguo la Formula Uno giusto da qualche anno (dai tempi dell'indimenticato e indimenticabile Gilles, tanto per dire) e non dico di essere un intenditore, ma qualche gran premio l'ho visto.
E so guardare una classifica.
E fare i conti con la calcolatrice.

Alonso scatta come la mia novantunenne nonna sulla sua Cinquecento quando il semaforo diventa verde, facendosi superare agevolmente dal "paracarro".
Ma Webber è ancora dietro e non sembra in grado di impensierire la rossa dello spagnolo e, a questo punto: calcolatrice e sommare i punti, giovanotti. Ci sarà qualcuno con la calcolatrice in quel cazzo di muretto, vero?
Perché la classifica, in questo momento, dice:
  1. Alonso 258
  2. Vettel 256
  3. Webber 248

Poi Webber si ferma a cambiare le gomme, rientra dietro ad Alguersuari e fatica tremendamente a sorpassarlo.
Voi avete richiamato Massa dopo un paio di giri. Ottimo, mi dico, strategia giustissima: un paio di giri veloci di Massa, cambio gomme ultra rapido e si rientra in pista davanti ad Alguersuari e Webber.
Invece Massa guida come la mia novantunenne nonna, attento che l'auto non vada troppo veloce, e in curva è tutto un "UUUUUUUUUUUUUHHH dio maaama, a's arbaltàm!"; (Oddio, ci ribaltiamo!) e insomma, il buon Felipe rientra in pista dietro a Webber ed Alguersuari e, logicamente, non riesce a passare lo spagnolo.

Va beh, mi dico, tanto Alonso tiene lo stesso ritmo di Button, Vettel e Hamilton sono più veloci, ma chi se ne frega, il quarto posto è titolo assicurato con Webber là nelle retrovie, poi ora si troverà davanti anche quelli che hanno fatto il pit stop anticipato e con questa pista del cavolo dove sorpassare è impossibile perderà almeno un sacco di tempo e quindi

Non faccio in tempo a finire la frase e cosa vedo? Gli uomini in rosso che balzano fuori dal box, estraggono gli pneumatici dalle termocoperte e si preparano al pit stop.
O è un trucco e tra qualche secondo rientrano, o c'è stato un problema nel pit stop di Massa, mi dico.
Invece no.

Ora, spiegatemi dov'era Qualcuno con la classifica.
Dov'era Qualcuno che doveva dire: "Ehi gente, avete guardato questa? Ehi gente, avete visto che Alonso, in questo momento, è a 258 punti e Vettel a 256 e Webber invece è fermo a 238? Avete visto che l'avversario su cui impostare la gara in questo momento è il tedesco e non l'australiano?"
Ditemelo: dov'era? Al cesso? A fumare una paglia? Stava cambiando le batterie della calcolatrice?

Comunque.
Alonso cambia le gomme, rientra in pista e si ritrova dodicesimo. Fuori zona punti. Qualcuno lo aveva considerato, prima di richiamarlo per la sosta?
Alonso dodicesimo si ritrova dietro a Petrov, che ha già cambiato gomme e sul rettilineo è molto più veloce. La nuova strategia è chiarita dalle parole dell'Ingegnere di macchina al pilota: "Mostrami tutto il tuo talento e supera Petrov".
Mostrami il tuo talento. E se ti mostrassi il dito medio? Supera Petrov. Uno con un'auto più veloce, in una pista dove i sorpassi sono in pratica impossibili.
Lo sapete, vero, che i sorpassi sono impossibili su quella pista? No, perché io, che gioco a F1 2010, lo so benissimo che in quella pista di merda non si sorpassa.
Se io fossi stato Alonso avrei iniziato a bestemmiare via radio, invece lui, che non è me, bestemmia tra sé e sé e non in mondovisione, ed è un peccato, perché avrebbe anche dovuto darvi dei coglioni, in mondovisione, con nomi, cognomi e soprannomi, e poi avrebbe dovuto prendervi a calci nel culo una volta giunto al traguardo.

P.S. Vi lascio il mio numero di cellulare. La prossima stagione, prima di richiamare le vetture per la sosta, se Qualcuno è occupato, magari fatemi uno squillo.
P.P.S. Uno come Kubica. Non Massa. Sulla rossa ci vuole uno come Kubica, non Massa.


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giovedì 23 settembre 2010

Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico

Ci sono persone che fanno di tutto per farsi odiare, che sembrano bearsi nel disprezzo, che sembrano compiacersi dell'inimicizia di cui si sono circondate.
Ci sono persone che compiono atti orribili, nella piena consapevolezza della loro disonestà e, dopo, ti fissano con strafottenza, con un sorriso beffardo su quella faccia che prendereste volentieri a pugni, con un'espressione da cui traspare chiaro il concetto: "Lo sai che non puoi farmi niente, vero?"
Ci sono queste persone che vorreste avere fra le mani, mettendovi nei panni di Dexter, di Gilles de Rais, di Charles Manson, di Jeffrey Dahmer.
Ma la vendetta, come ci insegna la saggezza popolare, è un piatto che va gustato freddo.
Così mi sono seduto in riva al fiume.
Mi ci sono seduto più di otto anni fa e ho aspettato.
Otto anni.
Pazientemente.
E finalmente l'ho visto passare, il cadavere del mio nemico.




Kiss my ass, Byron.

venerdì 21 maggio 2010

Caro amico,
ci ho provato seriamente, ma proprio non ci riesco.
Dico davvero.
Ci ho messo tutto l'impegno di questo mondo.
Mi sono detto: "Dai, è pur sempre una squadra italiana e tu hai sempre tifato per le squadre italiane - cavoli, tifavi anche per il Bologna, quando giocava in Europa!". Me lo sono detto, me lo sono ripetuto.
Niente, è più forte di me.
Ho pure letto i dieci motivi, ma non c'è stato nulla da fare.
Sabato sera indosserò un paio di bermuda orribili sorretti da orrende bretelle rosse, sandali col calzino bianco, accenderò la tivù con un boccale di birra bavarese in una mano e il Mein Kampf nell'altra e, cantando a squarciagola Das Lied der Deutschen e Lili Marleen, tiferò strenuamente per la vittoria del Fußball-Club Bayern München.

Il motivo è uno solo: tu.
Tu, interista, sei antipatico.
No, non l'interista medio: QUALSIASI interista.

Attenzione: non parlo di persone. Ho un sacco di amici interisti.
(Oddio, in realtà, buona parte di questi amici non sapevo nemmeno fossero interisti, prima del 2006. Gli interisti sono comparsi dal nulla. Come i brufoli sul culo dopo un'indigestione di salame. Come i funghi sotto i piedi dopo una doccia alla piscina comunale. Come la sifilide dopo una vacanza a Rio de Janeiro. Sono comparsi dal nulla e ora sono dappertutto.)
Dicevo: non sto parlando di persone. Ho un sacco di amici con la tua stessa fede calcistica, caro interista, persone più che piacevoli nel 99% dei casi... finché non si parla di calcio.
Quando si parla di calcio, vi trasformate in qualcosa di odioso: nell'interista, appunto.
Odioso non solo per gli juventini, ma per tutte le tifoserie d'Italia.

Tu, caro interista, ti rincuori dicendoti che sei antipatico perché chi vince tutto (tutto meno - mi auguro - una cosa) è sempre antipatico.
No, caro amico interista: eri antipatico pure prima, quando perdevi tutto quello che si poteva perdere.
E anche ora che vinci tutto quello che si può vincere (tutto meno - mi auguro - una cosa), rimani sempre un perdente inside.
Sei antipatico perché non sapevi perdere (piangina) e non sai nemmeno vincere (piangina again).
Perché hai sempre bisogno di dimostrare qualcosa, di essere il più puro, il più onesto, il più candido e se arriva qualcosa a mettere in dubbio la tua estraneità dal mondo corrotto del calcio, beh, se vi è prescrizione non potete essere condannati, quindi siete onesti e puri e candidi.
Perché senti l'irrefrenabile necessità di trovare scuse anche quando rubi i campionati (e non mi riferisco a questo appena concluso, ma a quello scippato due anni fa alla Roma, con una marea di decisioni scandalose a favore) mentre potresti semplicemente 1) fregartene, tanto hai vinto e 2) se proprio vuoi riuscire un po' più simpatico, magari ammettere: "sì, abbiamo avuto culo, l'arbitro si è sbagliato e a noi è andata bene".
Perché hai il presidente che ti meriti che incarna perfettamente lo stile Inter e lo osanni; hai l'allenatore che ti prende per il culo ("vado al Real") e lo osanni; hai un giocatore che ti prende per il culo e lo osanni; hai un pagliaccio in squadra (c'è solo l'imbarazzo della scelta) e lo osanni; hai una tifoseria ridicola e la osanni.
Perché sei convinto di non aver vinto niente per vent'anni perché c'era una cospirazione planetaria ai tuoi danni, quando il tuo presidente spendeva centinaia di milioni di euro per regalarti campioni del calibro di Macellari, Centofanti, Gresko, Helveg, Sorondo, Angloma, Van der Meyde, Kily Gonzales, Lamouchi, Vampeta, Dalmat, Gilberto, Guglielminpietro, Kanu, Kallon, Hakan Sukur, Umit Davala, Pancev...

Quindi, caro interista, per questo ed altri mille motivi, sabato sera spererò con tutto il cuore che tutto vada secondo l'ordine naturale delle cose e che tu non vinca quella benedetta coppa.
Con affetto, si intende,
Bubo bubo


lunedì 16 novembre 2009

I want to ride my bicycle / I want to ride my bike

Così cantava Freddie Mercury (e non voglio sapere che significato nascosto avesse la bicicletta, ma ho il sacro terrore che possa avere qualcosa affinità col gelato al cioccolato di Malgioglio).
Comunque...

Con il trasloco in città e la vicinanza all'ufficio, ho messo moto ed auto in pensione e mi sono riappropriato del mio primo mezzo di locomozione: la bicicletta.
Stamattina, quindi, per la prima volta da parecchi anni, cioè da quando, a 14 anni, ho comprato il mio primo mezzo di trasporto mosso da motore a combustione interna, sono salito sulla bicicletta e sono partito verso il luogo di lavoro.
Nel tragitto casa-lavoro ho quindi scoperto alcune cose:
  1. non si disimpara mai ad andare in bicicletta. Ma nei primi tre minuti ho rischiato più volte di cadere: a) appena uscito dal garage, inchiodando su un tappeto di foglie fradice; b) alzandomi sui pedali per non prendere il semaforo rosso, quando il piede mi è scivolato dal pedale; c) quando l'auto davanti a me ha frenato e la bicicletta ha continuato imperterrita la sua corsa verso il suo paraurti; d) quando ho centrato una buca che, fino al giorno prima, non ritenevo degna di considerazione;
  2. grazie ai semafori, facendo la strada a piedi ci metto 10 minuti, in bicicletta ce ne metto 8;
  3. in compenso, arrivo in ufficio sudato come un muflone e
  4. devo assolutamente ritrovare il mio berretto Conte of Florence, perché in bicicletta mi prende freddo la capoccia.
Poi, sono andato oltre.
La bibicletta l'ho usata per andare a mangiare dalla nonuagenaria nonna, a circa tre chilometri. E qui ho scoperto altre cose curiose sulla bicicletta:
  1. in un tragitto superiore al chilometro, per una curiosa quanto strampalata applicazione della fenomenologia dei piani inclinati, le strade sono sempre in salita;
  2. altrettanto curiosamente, anche il tragitto di ritorno sarà tutto in salita;
  3. vi accorgerete dell'esistenza della pista ciclabile, in grado di farvi evitare quella rotonda su cui avete rischiato la vita almeno una mezza dozzina di volte nell'arco di due minuti, solamente DOPO aver fatto lo slalom tra auto, furgoni e autobus;
  4. e solo dopo vi accorgerete che quella ciclabile vi avrebbe anche fatto risparmiare 300 metri di strada, pari a 90 pedalate;
  5. crederete ciecamente che ricominciare con la bicicletta sia esattamente come quando avete cominciato con lo jogging: già dalla seconda settimana, vedrete dei notevoli progressi; ma rifletterete anche sul fatto che, quando avete cominciato con il podismo, vi siete arresi prima della seconda settimana;
  6. vedrete con la coda dell'occhio una signora in bicicletta che si prepara a superarvi; punzecchiati nell'orgoglio, aumenterete la cadenza delle pedalate, ma la signora vi sarà sempre incollata alla ruota; sbuffando come un mantice, accelererete, ma la signora si preparerà comunque al sorpasso; e quando sentirete il cuore lacerarsi nel petto e il sangue rombarvi nelle orecchie, solo allora vi accorgerete che la stronza ha una bicicletta elettrica;
  7. ancora provati dall'esperienza imbarazzante, non accetterete di andare più lento di una ragazza. Quindi la sorpasserete. E starete davanti a lei. Per 100 metri. Per 200 metri. Per 300 metri. E quando non ce la farete più, frenerete, scenderete dalla bici facendo finta di essere arrivati a destinazione, armeggiando anche con un cancello che non è il vostro, per poi ripartire quando la ragazza sarà scomparsa dalla vista;
  8. giungerete quindi a destinazione, scenderete dalla bicicletta e farete le scale, con le gambe rigide, i muscoli contratti, ogni scalino sarà un'agonia, vi tirerete su aiutandovi con lo scorrimano, rimpiangerete il Dr. House che almeno lui può aiutarsi col bastone, cazzo!, e infine
  9. vi ricorderete dell'ultima volta in cui avete utilizzato la bicicletta, dodici anni prima, vostro figlio era piccolo e lo avete portato a spasso sulla bicicletta della moglie, quella con il seggiolino da donna, quel bel seggiolino fatto apposta per il culone delle donne emiliane, largo e comodo. E invece voi avete una bellissima bicicletta da uomo, col seggiolino quasi da corsa. E quando scenderete dalla bicicletta, vi sentirete un po' come Marrazzo dopo una serata passata con la sua amica Natalie.

venerdì 19 giugno 2009

Imprinting

L'imprinting è un tipo di apprendimento molto particolare che avviene in alcuni animali nei primi istanti di vita. I piccoli appena nati riconoscono come madre il primo essere animato che si para davanti ai loro occhi appena usciti dall'uovo.
(fonte: wikipedia)

30 maggio di parecchi anni fa.
Quella sera, per la prima volta, aprii gli occhi sul mondo.
La prima cosa che mi si parò davanti agli occhi furono un'elegantissima maglia bianco-nera ed i marmorei polpacci di Bettega.
E quando uno nasce in questo modo, il suo destino è segnato.

1973

Madre ha la brillantissima idea di telefonare all'ostetrica alle 19 di sera (erano anni in cui le ostetriche visitavano a casa, c'erano ancora le mezze stagioni e si saltavano i fossi per la lunga. E comunque si stava meglio, anche se si stava peggio). "Ho sentito una strana sensazione", le dice. Dopo poco l'ostetrica arriva, dà un'occhiata e dice a Madre di correre in clinica, se non voleva perdere il bambino (io) mentre camminava.
Quindi Madre arriva in clinica ostetrica (erano anni in cui si partoriva ancora in casa o in cliniche ostetriche, oltre alle mezze stagioni, i fossi per la lunga e che si stava meglio eccetera eccetera) e il dottore, noto tifoso juventino, l'accoglie con una bestemmia.

Dottore: "Signora! Non poteva aspettare un paio d'ore? Deve partorire proprio adesso che sta iniziando la partita?"

Madre non può aspettare, dice l'ostetrica, è già dilatata di non so quanti centimetri e tra una bestemmia e l'altra, il dottore fa spostare la televisione in sala parto.
Inizia il parto, Madre non si accorge quasi di niente (nell'arco di 11 mesi ha sfornato due figli in modo completamente indolore, ci siamo impegnati crescendo perché recuperasse con gli interessi il dolore che non le abbiamo procurato durante il parto) finché, ad un certo punto, spunta la mia testa.
Il dottore butta un'occhiata alla televisione e una tra le gambe di Madre, uno sguardo alla partita e uno alla mia testa che fa capolino, finché dice a mia madre di spingere e...

PLOP

eccomi. Mi guardo intorno, con espressione un po' curiosa e un po' perplessa, ma non apro bocca. Non piango. Non emetto un fiato. Niente.
Il dottore mi guarda attentamente, sgrana gli occhi, apre la bocca e...

Dottore: NOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!
Madre: Dottore! Cos'è successo?
Dottore: OOOOMMMIOODDDIOOOOOOO NOOOOOOO!!!!
Madre: Dottore! Presto! Mi dica!!!
Dottore: Ha segnato l'Ajax!!!

E, in quel momento, spalanco la mia boccuccia e strillo con quanto fiato ho nei piccoli polmoncini.

Per la cronaca, quella sera la Juventus perdette la sua ennesima finale di Coppa Campioni.

Ecco, a questo punto potrei stare a tediarvi, raccontando di quando vincemmo la prima Coppa Campioni e di quanto piansi dalla gioia, nonostante la tragedia dell'Heysel (che comunque non compresi, quella sera).
O di quando la rivincemmo, ai rigori, 11 anni dopo (con mia moglie incinta costretta a rimanere chiusa in bagno, per scaramanzia), anche se si chiamava già Champions League.
Potrei raccontarvi di cosa vuol dire aspettare quel momento, quella coppa, per tutta una vita, da quando la vidi perdere appena nato.
Potrei provare ad esprimere cosa vuol dire la tensione prima della partita, lo stato di trance durante la partita, il sollievo e l'estati dopo la vittoria.
Potrei provare a raccontarvi cosa vuol dire guardare l'orologio ogni 12 secondi e accorgersi che il tempo scorre troppo lentamente quando la squadra avversaria è in attacco e di come letteralmente voli quando devi recuperare uno svantaggio.
Potrei dirvi che, quando la vostra squadra segna, tutto il resto non ha importanza. La moglie incinta che sta per partorire, un parente prossimo alla morte, Julia Roberts che ti telefona per dirti che vuole essere scopata brutalmente, Mike Bongiorno che ti telefona per dirti che hai appena vinto cinquecento milioni allegria!, un meteorite che sta per colpire la casa. Tutto questo passa in secondo piano.

E potrei anche dirvi che, quelle sere, sono state i due giorni più belli dela mia vita.
Ma mentirei. Perché la nascita dei miei figli non è stata certo da meno.

E poi ho visto vincere due mondiali! Ma questa è un'altra storia...

DISCLAIMER: questo post è un canto d'amore per il calcio. Il 99% delle donne non potrà capirlo: non è colpa vostra, è che siete cromosomicamente impossibilitate a capire cosa significhi l'importanza di questo sport.

venerdì 8 maggio 2009

27

Post serio.

Sono nato e cresciuto nella terra dei motori per antonomasia.
Alcuni dei ricordi più vivi di quando ero bambino sono le gare di Formula 1 cui assistevo, in montagna, con mio nonno.
In religioso silenzio, perché la gara era un rito, quando scattava il semaforo verde iniziava una funzione simil-religiosa cui bisognava assistere trattenendo il fiato. Certo, mio nonno iniziava a bestemmiare come un satanista quando un'automobile rossa si fermava ai margini della pista con il motore in fumo, o quando uno dei suoi piloti terminava anzitempo la corsa contro le barriere. Ma, fin da allora, avevo capito che quella macchina rossa, per noi modenesi, non rappresentava solo un evento sportivo.
Era un simbolo.
Dimostrava come eravamo riusciti a creare dal nulla, in una terra devastata dalla guerra, in una terra di contadini ed allevatori, un "qualcosa" di inimitabile che tutto il mondo ci invidiava.
Grazie a quell'Enzo Ferrari che così bene rappresentava quello che sono i modenesi: gente riservata ma allo stesso tempo molto aperta, entusiasta, genuina, che non si piega a compromessi, orgogliosa, testarda e a volte pure presuntuosa (se vogliamo chiamare presunzione la sicurezza nei propri mezzi, la fiducia nelle proprie capacità).
Ecco, guardando in religioso silenzio quelle automobili che sfrecciavano rumorosamente sulle piste di tutto il mondo, a volte vincendo ma molto più spesso perdendo, intuivo quel senso di appartenenza e di fratellanza che la Ferrari suscitava nelle persone che mi vivevano intorno.

Un giorno, ricordo, mio nonno mi portò a Maranello, dove costruiscono le Ferrari. Parcheggiò l'auto ai bordi della strada, fece pochi passi e mi prese sulle spalle. Intorno a me c'era un sacco di gente, poi sentii un suono furioso che andava aumentando velocemente. "Eccolo, eccolo!" gridò uno di fianco a me. Mio nonno mi fece segno con l'indice, seguii la direzione del suo dito e vidi sfrecciare davanti a me una di quelle vetture che avevo visto solo in televisione. Rossa, con il numero 27.
E poi passò, ripassò, passò ancora, e tutte le volte che passava davanti a noi, tutti urlavano, saltavano, agitavano le mani.
Finché quella macchina passò, per un'ultima volta, a velocità ridotta, e quel ragazzo con il casco ricambiava il saluto, agitando la mano.

Da quel giorno, seguii le corse con più attenzione. Non capivo nulla di automobili, ma capivo che quel ragazzo, che era in grado di creare tutto quell'amore nelle persone che esultavano ad ogni suo passaggio, che soffrivano con lui, perdevano con lui, vincevano con lui, doveva essere un ragazzo speciale. E la gente lo amava, come non aveva mai amato nessuno prima e come non amò mai nessuno dopo.
Lo vidi compiere imprese che, ancora oggi, sono ritenute straordinarie. Lo vidi correre con un alettone davanti alla faccia e poi correre senza alettone. Lo vidi correre con una gomma a terra, poi senza gomma, infine senza cerchione. Lo vidi correre con una scia di vetture che lo volevano superare, ma non ce la fecero, e quella volta lo vidi vincere, e lui era felicissimo, e mio nonno era felicissimo, ed io ero felicissimo. Lo vidi sbattere, molte volte, troppe volte, e lo vidi uscire sempre illeso dall'abitacolo. Lo vidi decollare, proprio come un angelo, atterrare tra la folla e seminare morte, ma non poteva essere colpa sua, ne ero sicuro, perché tutti continuavano ad amarlo.

E poi, un sabato, stavo guardando la televisione, non ricordo cosa, quando apparve un messaggio in sovrimpressione, che diceva che avevi avuto un incidente, ed eri stato portato via in elicottero, ed eri in coma. E, poco dopo, eri morto.
Era un sabato di maggio, sei decollato, proprio come un angelo, ma quel giorno la morte ti ha reclamato.
Quel giorno ho pianto.
Ero solo un bambino, ma ti ho amato tanto, Gilles.



27 anni fa, nella clinica universitaria di Lovanio, dopo un terribile incidente durante le prove del Gran Premio di Zolder, si spegneva Gilles Villeneuve, il più veloce, il più amato pilota di tutti i tempi.

Il mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene. (Enzo Ferrari)