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venerdì 26 agosto 2011

VIP elementari

Ho un vago ricordo delle scuole elementari.
Ricordo che volavano le bombe, partigiani e tedeschi si ammazzavano l’un l’altro e ogni tanto, quando passava Pippo o un bombardiere, la maestra ci faceva rintanare sotto i banchi.
O forse non è un mio ricordo, ma di mia nonna. Chissà.
Insomma, della scuola ricordo pochissime cose: la dolcissima maestra, la scuola col giardino, i dinosauri giocattolo che vinsi l’ultimo anno giocando a tombola (barando clamorosamente), gli occhi blu di una bambina che amai perdutamente per quattro anni e un paio di amici del cuore, che non avrei mai e poi mai dimenticato o smesso di frequentare... almeno fino all’inizio delle medie.
Ma soprattutto delle elementari ho un ricordo indelebile: la patata.
La patatina.
La fragolina.
Insomma, avete capito, no?
Vabbè, questa ve la devo raccontare.
Forse eravamo in quinta, o forse ancora in quarta, non lo so, fatto sta che c’era questa visita medica, io ero sul lettino e a un certo punto al dottore viene fretta e mentre sono lì che mi rivesto fa entrare questa mia compagna di classe e la fa spogliare e la fa sdraiare sul lettino e io con la coda dell’occhio la vedo, anzi, le vedo, la bambina e la sua patatina, e resto lì, bocca spalancata, occhio sbarrato, fiato mozzato. 
Poi venne Facebook e a una venne l’idea di rispolverare le foto, di ricercare quelli della classe, eccetera.
E così scopro che la dolcissima maestra era una strega che vessava i bambini.
Che la “patatina” è una tatuatrice piena di piercing, animalista molesta e vegetariana rompipalle.
Che il simpatico ciccione è diventato un borioso ciccione.
Che quello piccolo piccolo col labbro leporino è diventato un teppista. Un teppista nano.
Che quello che nessuno considerava mai, pure ora nessuno lo considera: nessuno l’ha cercato, nessuno l’ha contattato, anche perché nessuno si ricorda come si chiama.
Che “occhi blu” avrà ancora gli occhi blu, ma è diventata un cesso mostruoso.
Che quello che era il figo della classe ha meno capelli di me - e ce ne vuole, eh.
Che quello che non capiva nulla è l'unico che ha capito qualcosa e vive in Brasile da quindici anni.
Che la bimba ritardata col fiato puzzolente si è sposata, ma sembra ancora un po’ ritardata. Del fiato non ho notizie.
E che, tra tutti, la bambina angelica, quella più tranquilla, la biondina con gli occhi chiari, che non dava mai problemi, è diventata VIP, e del suo matrimonio ne hanno parlato copiosamente, con foto e servizi, tutti i giornali e tutti i telegiornali, proprio come Will & Kate!
Auguri, Francesca: sei il vanto della nostra classe!









venerdì 21 maggio 2010

Gli anni...


Io: Oh! Guarda google!
MarshMellow: cosa c'è? o.O
Io: www.google.it (clicca qui)
MM: Uao!
Io: ci si può giocare! :D
MM: ma che è? pacman??
Io: sì, compie 30 anni.
Io: (IO C'ERO!!!)
Io: ...
Io: (non credo ci sia motivo di vantarsene... o.O)
MM: ... (rido)

lunedì 22 febbraio 2010

La prima volta. Quasi.

Avevo 18 anni e lei un anno di meno.
Avevo l'auto e lei no.
Ero inesperto e lei avrebbe fatto arrossire Cicciolina.

E così, un tardo pomeriggio di dicembre, mi sussurrò: lo facciamo?
Partii in sgommata, con la Fiat Uno Sting di mia madre, feci un paio di curve in derapata e iniziai disperatamente a cercare un posto dove poter imboscare l'auto (ho già detto che ero inesperto?).
Lei mi insegnò la strada, aveva una ventina di luoghi da camporella già collaudati (ho già detto che avrebbe fatto arrossire Cicciolina?) e così ci trovammo, al primo buio del pomeriggio, sommersi nella nebbia, in una stradina sterrata nei pressi dell'autostrada.
Il posto ideale: poco romantico, ma a 18 anni, con anni di liquido seminale accumulato nella sacca scrotale, cosa volete che importi il romanticismo?

E così, eccoci lì, io e lei (e un miliardo di miliardo di spermatozoi ululanti): io che tremavo come una foglia (non so se più per l'eccitazione, per l'agitazione, per la paura o per quello spiffero gelido che entrava dalla guarnizione difettosa) e lei che mi sussurrava cose sconce sul sedile di fianco.
Eccoci lì, io e lei, dentro la Fiat Uno.
Ora, la Fiat Uno è stata progettata quasi perfettamente per trombare: i sedili erano sufficientemente ampi e si sdraiavano istantaneamente semplicemente sfiorando una levetta (niente ruota da girare - gnicgnicgnicgnicgnicgnic), lo spazio per le gambe era abbondante dalla parte del passeggero, i finestrini si appannavano nel giro di pochi secondi... quasi perfetta!
E così, dopo aver imprecato silenziosamente prima coi bottoni della camicetta, poi con il gancino del reggiseno, poi con la fibbia della cintura (e fanculo a quelle megafibbie El Charro che andavano di moda alla fine degli anni '80!), poi con i bottoni dei jeans, poi coi jeans a vita alta, insomma, dopo una sequela ininterrotta di bestemmie, con un carpiato mi tuffo sul sedile di fianco.

La Fiat Uno è stata progettata quasi perfettamente per trombare. Il quasi era ben rappresentato da una altissima leva del cambio, piazzata lì, in mezzo ai due sedili.
Con una mira straordinaria, concludo il carpiato atterrando con i testicoli esattamente sul pomello del cambio.
Ululo alla luna mentre mi precipito fuori dall'auto, perché non mi piace piangere davanti ad una ragazza.

Quando rientro, il momento magico è passato, ma i miei ormoni continuano a reclamare.
Cerco di capire se c'è ancora qualche possibilità, quando lei mi sussurra qualcosa come: allora, ti decidi a trombarmi? (ho già detto che avrebbe fatto arrossire Cicciolina?)
E così, con molta cautela scavalco la leva del cambio, mi posiziono sopra di lei, le sorrido, nel buio i suoi denti bianchi risplendono come stelle, i suoi occhi si chiudono e

toc toc
OH! Leva sta màchina, a g'ho da pasèr con al tratòr! (Oh, sposta questa automobile, devo passare con il trattore)

venerdì 19 giugno 2009

Imprinting

L'imprinting è un tipo di apprendimento molto particolare che avviene in alcuni animali nei primi istanti di vita. I piccoli appena nati riconoscono come madre il primo essere animato che si para davanti ai loro occhi appena usciti dall'uovo.
(fonte: wikipedia)

30 maggio di parecchi anni fa.
Quella sera, per la prima volta, aprii gli occhi sul mondo.
La prima cosa che mi si parò davanti agli occhi furono un'elegantissima maglia bianco-nera ed i marmorei polpacci di Bettega.
E quando uno nasce in questo modo, il suo destino è segnato.

1973

Madre ha la brillantissima idea di telefonare all'ostetrica alle 19 di sera (erano anni in cui le ostetriche visitavano a casa, c'erano ancora le mezze stagioni e si saltavano i fossi per la lunga. E comunque si stava meglio, anche se si stava peggio). "Ho sentito una strana sensazione", le dice. Dopo poco l'ostetrica arriva, dà un'occhiata e dice a Madre di correre in clinica, se non voleva perdere il bambino (io) mentre camminava.
Quindi Madre arriva in clinica ostetrica (erano anni in cui si partoriva ancora in casa o in cliniche ostetriche, oltre alle mezze stagioni, i fossi per la lunga e che si stava meglio eccetera eccetera) e il dottore, noto tifoso juventino, l'accoglie con una bestemmia.

Dottore: "Signora! Non poteva aspettare un paio d'ore? Deve partorire proprio adesso che sta iniziando la partita?"

Madre non può aspettare, dice l'ostetrica, è già dilatata di non so quanti centimetri e tra una bestemmia e l'altra, il dottore fa spostare la televisione in sala parto.
Inizia il parto, Madre non si accorge quasi di niente (nell'arco di 11 mesi ha sfornato due figli in modo completamente indolore, ci siamo impegnati crescendo perché recuperasse con gli interessi il dolore che non le abbiamo procurato durante il parto) finché, ad un certo punto, spunta la mia testa.
Il dottore butta un'occhiata alla televisione e una tra le gambe di Madre, uno sguardo alla partita e uno alla mia testa che fa capolino, finché dice a mia madre di spingere e...

PLOP

eccomi. Mi guardo intorno, con espressione un po' curiosa e un po' perplessa, ma non apro bocca. Non piango. Non emetto un fiato. Niente.
Il dottore mi guarda attentamente, sgrana gli occhi, apre la bocca e...

Dottore: NOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!
Madre: Dottore! Cos'è successo?
Dottore: OOOOMMMIOODDDIOOOOOOO NOOOOOOO!!!!
Madre: Dottore! Presto! Mi dica!!!
Dottore: Ha segnato l'Ajax!!!

E, in quel momento, spalanco la mia boccuccia e strillo con quanto fiato ho nei piccoli polmoncini.

Per la cronaca, quella sera la Juventus perdette la sua ennesima finale di Coppa Campioni.

Ecco, a questo punto potrei stare a tediarvi, raccontando di quando vincemmo la prima Coppa Campioni e di quanto piansi dalla gioia, nonostante la tragedia dell'Heysel (che comunque non compresi, quella sera).
O di quando la rivincemmo, ai rigori, 11 anni dopo (con mia moglie incinta costretta a rimanere chiusa in bagno, per scaramanzia), anche se si chiamava già Champions League.
Potrei raccontarvi di cosa vuol dire aspettare quel momento, quella coppa, per tutta una vita, da quando la vidi perdere appena nato.
Potrei provare ad esprimere cosa vuol dire la tensione prima della partita, lo stato di trance durante la partita, il sollievo e l'estati dopo la vittoria.
Potrei provare a raccontarvi cosa vuol dire guardare l'orologio ogni 12 secondi e accorgersi che il tempo scorre troppo lentamente quando la squadra avversaria è in attacco e di come letteralmente voli quando devi recuperare uno svantaggio.
Potrei dirvi che, quando la vostra squadra segna, tutto il resto non ha importanza. La moglie incinta che sta per partorire, un parente prossimo alla morte, Julia Roberts che ti telefona per dirti che vuole essere scopata brutalmente, Mike Bongiorno che ti telefona per dirti che hai appena vinto cinquecento milioni allegria!, un meteorite che sta per colpire la casa. Tutto questo passa in secondo piano.

E potrei anche dirvi che, quelle sere, sono state i due giorni più belli dela mia vita.
Ma mentirei. Perché la nascita dei miei figli non è stata certo da meno.

E poi ho visto vincere due mondiali! Ma questa è un'altra storia...

DISCLAIMER: questo post è un canto d'amore per il calcio. Il 99% delle donne non potrà capirlo: non è colpa vostra, è che siete cromosomicamente impossibilitate a capire cosa significhi l'importanza di questo sport.

martedì 12 maggio 2009

Profumo di fiori di tiglio / fa caldo ma qui si sta meglio

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

Ho pensato ai tigli che circondano la Pensione Manolita, a Rimini, dove passavo le vacanze estive con mia nonna. A quell’odore di nostalgia e di promesse non mantenute, a quella stamberga a conduzione familiare che mi sembrava una reggia, perché mia nonna non doveva preparare i pasti ma, per pochi giorni all’anno, dopo una vita trascorsa a servire gli altri (prima come domestica, da quando aveva dieci anni, prima della guerra; poi come moglie, per un marito che la amava, e come nuora, per una suocera che non la sopportava; poi come commessa in una pizzeria del centro; quindi come madre e infine come nonna), poteva sedersi a tavola e mangiare quello che un’altra persona aveva preparato (e poco importa se, invece, tutte le mattine rifaceva i letti e puliva la camera, perché sì, anche alla Pensione Manolita c’erano le cameriere, ma cazzo, godersi le ferie per intero proprio no!).

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

Ho pensato ai tigli di Rimini e a quelle vacanze con Davide e Andrea, due fratelli di Treviso, grandi promesse del calcio che ora, probabilmente, faranno i carrellisti in qualche azienda del nord-est; e io ero il più piccolo, e quando uscivo con loro mi sentivo figo perché erano più grandi di me; e noi tre, dicevo, passavamo tutto il tempo al bar della spiaggia, a spendere il 50% dei nostri soldi nel juke-box e le uniche canzoni che ascoltavamo erano Mia bocca, I love to love ed Electrica Salsa, ma soprattutto Nostalgia canaglia, che era orribile ma urlare a squarciagola CANAGLIA! a tempo di musica ci faceva sentire bene.
E ho pensato che l’altro 50% dei nostri soldi li spendevamo di sera in sala giochi e a volte si sperava che piovesse anche durante il giorno, così da poterci passare anche la mattina o il pomeriggio. E il tempo lo si passava a guardare quelli grandi che erano bravi a giocare ai giochi che ti piacevano e arrivavano sempre fino alla fine e con un gettone ci stavano anche delle mezz’ore buone. E qualcuno di questi grandi, ogni tanto, quando finiva la partita, prima di inserire il nuovo gettone, ti guardava, tu che eri più piccolo, con il tuo mucchiettino di gettoni nascosti nella mano, che agognavi di poter giocare a quel bellissimo platform che nella tua città non c’era, perché a Modena le sala giochi non c’erano e l’unica che c’era era frequentata da brutta gente, così ti dicevano i genitori e tu non ci credevi e ci andavi di nascosto, finché un tossico ha tirato fuori un coltello e ve l’ha puntato alla gola, a te e ad un tuo amico, e tu gli hai dato tutto quello che avevi, ben cinquemila lire, e invece il tuo amico gli ha dovuto dare anche la catenina d’oro e allora siete arrivati a casa e avete dovuto confessare di essere stati alla sala giochi, e sì, avevate ragione, mamma e papà, è un postaccio e non ci torno più. Insomma, al mare, invece, dove la sala giochi era un luogo anche per i ragazzini, ogni tanto c’era questo grande che ti guardava e ti chiedeva: “Vuoi giocare?”, e tu, con i tuoi gettoni in mano, sentivi la tua voce rispondere: “No no, stavo solo guardando…”. Perché, cazzo, quelli grandi si rispettavano.
E quando invece eri in sala giochi di mattina perché pioveva, e i grandi non c’erano perché erano ancora a letto, e il gioco era libero, e scambiavi tremila lire e ti piovevano in mano una dozzina di gettoni, almeno un paio d’ore di gioco, ecco, solo in quel momento ti mettevi a giocare. E, dopo cinque minuti, immancabilmente, entrava in sala gioco un grande, si appoggiava con una mano al cabinato dove stavi giocando tu, e tu continuavi a giocare, magari addirittura per un minuto intero, e poi capivi di aver tirato troppo la corda… e allora perdevi la partita, volontariamente. E i tuoi 11 gettoni erano lì, in pila, pronti per essere inseriti. Ma il grande ti chiedeva: “Giochi ancora?” e tu avresti voluto rispondere sì, cazzo, sì che gioco, ho ancora 11 gettoni e adesso tu aspetti come aspetto io quando ci sei tu a giocare, invece sentivi la tua voce rispondere: “No no, non ne ho più voglia…”. Perché, cazzo, quelli grandi si rispettavano.
E se anche avevi tutte le intenzioni di giocare un’altra partita, almeno una, cazzo! ho aspettato tanto, una la gioco, cascasse il mondo ma un’altra partita me la faccio, ecco, anche se avevi quest’intenzione, arrivava quello grande che diceva: “Adesso gioco io.” E la sua affermazione la capivi al volo. Adesso. Gioco. Io. Punto. Sì, si sentiva benissimo anche il punto in fondo alla frase, perché quella non era una richiesta, ma non era nemmeno un ordine: era una constatazione. Ma poi, cavolo, non ci sarebbe nemmeno stato bisogno del punto, in fondo alla frase, perché non ti saresti mai permesso di dire “no, ne faccio ancora un’altra”, perché, cazzo, quelli grandi si rispettavano.

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

cavolo, questo discorso della sala giochi mi ha fatto venire in mente che quell’anno ero biondo! Biondo?!? Beh, una via di mezzo tra l’arancione e il biondo, in realtà. Regalo della varicella che avevo avuto il mese prima, in una forma molto violenta, e poiché le papule mi erano venute anche in testa, a centinaia, e poiché le papule divennero vescicole, e le vescicole pustole, e le pustole infine si trasformarono in croste, e avevo un prurito infernale e non potevo grattarmi, il medico consigliò a mia nonna (sì, perché le malattie infettive le passavo a casa di mia nonna, perché mia madre non ne aveva mai avuta una, di malattie infettive) di farmi gli impacchi con acqua e amuchina, per ammorbidire le croste ed alleviare il prurito. E poiché mia nonna mi vuole bene, passava tutto il giorno e tutta la notte a farmi gli impacchi con acqua e amuchina e già che c’era ci aveva messo anche un po’ di acqua ossigenata e insomma, il risultato è che, dopo due settimane di impacchi, avevo una chioma degna di Jurgen Klinsmann ai tempi d’oro, la pantegana bionda di antica memoria.
Ah già, qual è il nesso con la sala giochi? ricordo che stavo guardando giocare un grande e, ad un certo punto, questo mi guardò e mi disse qualcosa. In tedesco. Io feci finta di niente, ma questo di nuovo, ricominciò a parlarmi in tedesco. Non capivo un cazzo di quello che diceva. Sorrisi ed annuii. Lui mi guardò, perplesso. Mi chiese qualcosa. Io sorrisi ancora. Poi mi domandò: “Deutsch?”. Sorrisi. Ritentò: “Tetesco?”. Allora capii. Arrossii e risposi: “No, italiano.” E lui: “Italiano piondo? mah…” A quel punto, mi prese per una spalla, mi attirò vicino a sé, io chiusi gli occhi, in attesa del suo pugno, invece mi mise davanti al videogame, mi lasciò la sua partita e se ne andò.

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

… a te, Brigitte. A quanto eri bella. Ai tuoi occhi azzurri, ai tuoi capelli biondi, con quel taglio così francese, su quel volto così francese, con quel naso così francese e quelle labbra carnose così francesi, e quanto cavolo eri francese, che non capivo una mazza di quello che dicevi, ma ero contento, perché tu eri più grande di me, avevi quasi 16 anni, questo l’avevo capito, ma passavamo le giornate in spiaggia insieme e anche la sera uscivamo insieme, perché tu non conoscevi nessuno e non parlavi l’italiano e allora uscivi con noi, e mi scompigliavi i capelli biondi e sorridevi e io ero innamoratissimo. E pensai che, così come la lingua ci separava, la musica ci avrebbe uniti: io ti insegnai Una canzone per te, tu mi insegnasti Alouette ed io pensai che era la più bella canzone d’amore che avessi mai sentito. E invece era una cazzo di stupidissima canzone per bambini. Ma tu eri bellissima e io ero innamoratissimo e stavamo sempre insieme, e io ero certo che avrei imparato il francese, e poi ci saremmo ritrovati l’estate dopo, e tu ti saresti innamorata di me, e lunedì sera andasti a letto con Andrea. Cazzo. In un solo istante, avevi distrutto il mio amore per te e la mia amicizia con Andrea. Ma, per fortuna, il giorno seguente Andrea e Davide tornarono a Treviso perché avevano un provino nella Primavera di una qualche squadra di Serie A. (Davide lo presero, Andrea no. Ahahah. Così impari.)

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

… ancora a te, Brigitte. A quanto eri bella. E che, quando Andrea ripartì, tutto fu di nuovo come prima. E arrivò mercoledì, e tu mi passavi una mano tra i capelli biondi e io ero sempre più innamorato di te. E arrivò giovedì, e tu mi passavi una mano tra i capelli e io ero sempre più innamorato di te. E arrivò venerdì, e arrivò anche Remo, con la sua bella moto rossa, e quando arrivò sabato trombaste sulla spiaggia.

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

… a te, Brigitte. E a quanto eri zoccola.

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

… ma perché cazzo non uso l’automobile, quando piove?

venerdì 8 maggio 2009

27

Post serio.

Sono nato e cresciuto nella terra dei motori per antonomasia.
Alcuni dei ricordi più vivi di quando ero bambino sono le gare di Formula 1 cui assistevo, in montagna, con mio nonno.
In religioso silenzio, perché la gara era un rito, quando scattava il semaforo verde iniziava una funzione simil-religiosa cui bisognava assistere trattenendo il fiato. Certo, mio nonno iniziava a bestemmiare come un satanista quando un'automobile rossa si fermava ai margini della pista con il motore in fumo, o quando uno dei suoi piloti terminava anzitempo la corsa contro le barriere. Ma, fin da allora, avevo capito che quella macchina rossa, per noi modenesi, non rappresentava solo un evento sportivo.
Era un simbolo.
Dimostrava come eravamo riusciti a creare dal nulla, in una terra devastata dalla guerra, in una terra di contadini ed allevatori, un "qualcosa" di inimitabile che tutto il mondo ci invidiava.
Grazie a quell'Enzo Ferrari che così bene rappresentava quello che sono i modenesi: gente riservata ma allo stesso tempo molto aperta, entusiasta, genuina, che non si piega a compromessi, orgogliosa, testarda e a volte pure presuntuosa (se vogliamo chiamare presunzione la sicurezza nei propri mezzi, la fiducia nelle proprie capacità).
Ecco, guardando in religioso silenzio quelle automobili che sfrecciavano rumorosamente sulle piste di tutto il mondo, a volte vincendo ma molto più spesso perdendo, intuivo quel senso di appartenenza e di fratellanza che la Ferrari suscitava nelle persone che mi vivevano intorno.

Un giorno, ricordo, mio nonno mi portò a Maranello, dove costruiscono le Ferrari. Parcheggiò l'auto ai bordi della strada, fece pochi passi e mi prese sulle spalle. Intorno a me c'era un sacco di gente, poi sentii un suono furioso che andava aumentando velocemente. "Eccolo, eccolo!" gridò uno di fianco a me. Mio nonno mi fece segno con l'indice, seguii la direzione del suo dito e vidi sfrecciare davanti a me una di quelle vetture che avevo visto solo in televisione. Rossa, con il numero 27.
E poi passò, ripassò, passò ancora, e tutte le volte che passava davanti a noi, tutti urlavano, saltavano, agitavano le mani.
Finché quella macchina passò, per un'ultima volta, a velocità ridotta, e quel ragazzo con il casco ricambiava il saluto, agitando la mano.

Da quel giorno, seguii le corse con più attenzione. Non capivo nulla di automobili, ma capivo che quel ragazzo, che era in grado di creare tutto quell'amore nelle persone che esultavano ad ogni suo passaggio, che soffrivano con lui, perdevano con lui, vincevano con lui, doveva essere un ragazzo speciale. E la gente lo amava, come non aveva mai amato nessuno prima e come non amò mai nessuno dopo.
Lo vidi compiere imprese che, ancora oggi, sono ritenute straordinarie. Lo vidi correre con un alettone davanti alla faccia e poi correre senza alettone. Lo vidi correre con una gomma a terra, poi senza gomma, infine senza cerchione. Lo vidi correre con una scia di vetture che lo volevano superare, ma non ce la fecero, e quella volta lo vidi vincere, e lui era felicissimo, e mio nonno era felicissimo, ed io ero felicissimo. Lo vidi sbattere, molte volte, troppe volte, e lo vidi uscire sempre illeso dall'abitacolo. Lo vidi decollare, proprio come un angelo, atterrare tra la folla e seminare morte, ma non poteva essere colpa sua, ne ero sicuro, perché tutti continuavano ad amarlo.

E poi, un sabato, stavo guardando la televisione, non ricordo cosa, quando apparve un messaggio in sovrimpressione, che diceva che avevi avuto un incidente, ed eri stato portato via in elicottero, ed eri in coma. E, poco dopo, eri morto.
Era un sabato di maggio, sei decollato, proprio come un angelo, ma quel giorno la morte ti ha reclamato.
Quel giorno ho pianto.
Ero solo un bambino, ma ti ho amato tanto, Gilles.



27 anni fa, nella clinica universitaria di Lovanio, dopo un terribile incidente durante le prove del Gran Premio di Zolder, si spegneva Gilles Villeneuve, il più veloce, il più amato pilota di tutti i tempi.

Il mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene. (Enzo Ferrari)