sabato 29 agosto 2009

Hangover

Esco dalla mia fase REM perché mi stanno praticando sesso orale.

Non voglio aprire gli occhi. Comunque, anche se volessi, non ci riuscirei.
Il più brutto hangover della mia vita: devo aver esagerato con la vodka, ieri sera.

Dove sono? Con chi cazzo sono???
Non ricordo niente. Devo concentrarmi, anche se non è facile, con una ragazza che si diletta sul mio pene.
Pensa, baroz, pensa.
Niente da fare, non ho la più pallida idea di come io abbia trascorso le ultime ore della mia vita.

Ok, tecnica inversa. Niente percorso a ritroso: cominciamo dal principio.
La serata inizia con l’aperitivo. Abbastanza selvaggio, ad essere sinceri. La barista cinese ci sa fare, con gli Spritz, e non ci metto molto a prenderla per il culo (solo metaforicamente, purtroppo) per la sua difficoltosa padronanza della lingua italiana.

(“Qin sa, che cazzo è quello? Non è uno spritz, stai facendo un pasticcio!”
“No, non è un pasticcio, il pasticcio è quel liquole flancese, questo è splitz”
“Eh? Liquole flancese?”
“Sì, il pasticcio!”
“Si chiama pastis, cazzo!”)

Comunque, quando arriviamo in pizzeria mi sono già portato avanti col lavoro.
Complice il caldo assassino, la pizza è accompagnata da parecchia birra e il caffè da un chilo di ghiaccio con abbondanti scaraffate di Montenegro.
Usciamo dalla pizzeria, barcollo ma non mollo e mi ritrovo nuovamente al bar, dove insegno alla barista che, nel vodka lemon, la parte di lemon è esclusivamente teorica.

E poi…
E poi…

“No, continua, non ti fermare”, sussurro, con gli occhi chiusi.

Ecco, i ricordi tornano, lentamente.

Ricordo che la barista voleva convincere me e i miei amici ad andare a lavorare per lei in Cina. A fare i puttani. Gli italiani prendono bene – dice – perché sono più dotati degli orientali. Tralascio i venti minuti di commenti, ricordo solo che i bicchieri venivano svuotati in sequenza. Poi…
Poi…
Ecco, poi qualcuno propone di andarcene dal bar. Io volevo andarmene a letto, invece insistono e io mi lascio convincere.
Una festa, ecco. Parlano di una festa.
Dev’essere alla festa che ho conosciuto questa ragazza.
Ecco, ricordo che entriamo in questo locale in riva al fiume, c’è un sacco di gente alla festa e…

Spalanco gli occhi con terrore.
C’era un sacco di gente, alla festa gay.

martedì 7 luglio 2009

Ferie 2 (la vendetta).

26 giugno


Io: Allora, partiamo domattina alle 4:30
Cri: Alle 4:30??? Ma poi i bambini fanno il viaggio svegli! Perché non partiamo, che so, alle 23?
Io: Perché, Cri cara - a parte che dici così perché guideremmo io e tuo marito per tutta notte, se dovessi guidare tu per 650 chilometri la penseresti in modo diverso - se partiamo alle 23, arriviamo a Vieste alle 5 di mattina. E dopo che cazzo facciamo con 5 bambini alle 5 di mattina?
(Perché alle donne bisogna sempre spiegare pazientemente tutto)


27 giugno


Ore 4:30, raduno. Decina di bestemmie, che chiarisce ai Nani che l'ora è presta e che in macchina devono dormire. Si parte!
Ore 8:00, autogrill di Ancona. Sequela di bestemmie in lingue che non sapevo di conoscere: mi accorgo di aver lasciato il borsino con portafogli, soldi, carte di credito, libretto degli assegni a casa. Respiro profondo e nuove bestemmie creative. Tentato intervento di Padre Amorth, che viene incenerito all'istante. Telefono a casa e ordino che mi venga spedito subito a mezzo corriere, ma i corrieri iniziano i ritiri solo di lunedì: nuova sequela di bestemmie, si aprono i cieli, un raggio di luce discende su di me e una voce possente mi intima: "Mo' basta, eccheccazzo!" Impietosito, il mio amico Manone decide di mantenermi finché il corriere non consegnerà il portafogli.
Mi attendono pochi giorni di povertà.

29 giugno


Mi sento un po' come l'uomo gatto: l'animatrice mi ha nominato caposquadra nel gioco di Sarabanda. La mia squadra è sotto 9-6, se gli altri indovinano una sola canzone hanno vinto. Oltretutto sono notevolmente svantaggiato: per prenotarsi bisogna correre verso il palco e toccare l'animatore seduto sul bordo, il mio avversario è dannatamente più giovane ed ha le scarpe da ginnastica, io sono vergognosamente ubriaco e sono scalzo (perché correre con l'infradito è improponibile).
Recupero poderosamente fino al 9 pari, indovinando nell'ordine A-Team, Altrimenti ci arrabbiamo e Il Padrino.
Ultima canzone, tensione alle stelle, silenzio intorno a noi.
Partono le prime note: la so!!! Scatto, il mio avversario sta correndo di fianco a me, allungo la falcata e

cazzo

il piede decolla, io lo seguo.
Mi ritrovo circondato da un sacco di persone che mi chiedono: "Come stai? Tutto bene? Non muoverti! Presto, portate il ghiaccio!!! Come stai? Tutto bene?"
Mi sollevo a fatica, sputo briciole o qualcosa di simile, apro la bocca e rispondo: "Il tempo delle mele, Reality".
Risposta esatta! Vinciamo la sfida 10-9
Intanto vengo sollevato da svariate braccia, mi portano il ghiaccio e in quel momento mi rendo conto di essermi schiantato di faccia e ginocchio contro il muretto del palco.
Risultato: un ginocchio sanguinante, l'altro ginocchio sanguinante e gonfio come un pallone, una mano sanguinante, il collo sanguinante e gonfio, e finalmente scopro che quelle bricioline che sputavo erano in realtà pezzi di un molare.

Ma almeno abbiamo vinto.

E domani il corriere consegnerà il mio portafoglio!

30 giugno


Alle 13 mi fermo in direzione. Il corriere non è ancora passato, ma solitamente passa il pomeriggio.
Alle 16 mi fermo in direzione. Il corriere non è passato.
Chiamo il numero verde e mi dicono che la consegna a Vieste è assicurata in due giorni lavorativi, quindi il pacco sarà consegnato l'indomani. Una bestemmia accompagna la notizia, mi tocca essere povero anche questo giorno.

Pubblicità Progresso: il corriere di cui parlo è questo. Un altro corriere, ad esempio questo, in due giorni consegna a Kathmandu.

1 luglio


Alle 13 mi fermo in direzione. Il corriere non è ancora passato, ma solitamente passa il pomeriggio.
Alle 16 mi fermo in direzione. Il corriere non è passato.
Controllo sul sito del corriere: il mio pacco risulta in lavorazione a Foggia già dal giorno prima.
Richiamo il numero verde e mi dicono che la consegna a Vieste è "solitamente effettuata" in non meno di tre giorni lavorativi, e che è impossibile che qualcuno mi abbia detto che il pacco viene consegnato in due.
A questo punto, mi trasformo istantaneamente nel più convinto leghista che Gianfranco Miglio abbia mai sognato.
Comincio ad inveire contro la poverina signorina del Servizio Clienti, domandando se per caso il pacco avesse dovuto attraversare un qualche tipo di confine e se per caso fosse fermo in dogana o se la consegna venisse fatta in pedalò. Le spiego che un altro corriere (vedi sopra) in due giorni consegna a Kathmandu e la sua ditta non riesce nemmeno ad arrivare a Vieste, affermazione che mi frutta la seguente risposta: "beh la prossima volta usi quell'altro corriere, no?"
Mi si chiude la vena. Vedo tutto rosso. A questo punto,
Io : Signorina TNT = Vittorio Sgarbi : Trio Medusa
ricomincio ad urlare, le auguro il fallimento dell'azienda per cui lavora, quello del suo matrimonio e quello della sua intera esistenza.
Mi immagino la stronza che se la ride, con la cornetta del telefono tranquillamente appoggiata sul tavolo e la mia ira cresce ancora. Continuo ad urlare qualcosa per qualche altro minuto, poi chiudo il telefono.

Ho il fiatone, sudo, il ginocchio è gonfio e mi fa male, il collo è rigido, i maroni roteano e sono incazzato come una pantera, nonché ancora povero.

A questo punto, mi collego nuovamente al loro sito web e vedo il mio pacco ancora in lavorazione a Foggia. Con Tuttocittà calcolo il percorso Vieste - Foggia: un'ora e un quarto di auto. Superando ogni limite di velocità esistente sulle strade italiane, posso arrivarci in tempo, prima della chiusura. Logicamente, il numero della filiale di Foggia non c'è, c'è solo un fax.
Inspiro, mi tranquillizzo, richiamo il numero verde. Mi risponde un'altra signorina, con un nome improbabile, ma nettamente più gentile della sua collega. Propongo di andare a ritirare il pacco a Foggia.

Signorina: Si deve far fare una delega per il ritiro del pacco dal Villaggio Turistico.
Io: Signorina, non ha capito, il pacco è indirizzato a me PRESSO il Villaggio Turistico. Il pacco è mio. Non devo farmi nessuna delega.
Signorina: A me risulta indirizzato al Villaggio Turistico.
Io: Signorina, è indirizzato al villaggio perché io sono momentaneamente in questo villaggio, ma è destinato a me. Destinatario, indirizzo. Sono due cose diverse.
Signorina: Deve comunque farsi fare una delega al ritiro da parte del Villaggio Turistico.
Io: ...
Signorina: Su carta intestata.
Io: ...
Signorina: E deve presentarsi con un suo documento d'identità valido.
Io: Signorina, il documento è dentro al pacco...
Signorina: Senza documento d'identità valido non possiamo consegnare il pacco.
Io: Signorina, se posso andare a ritirare sto cazzo di pacco, posso estrarre il documento d'identità e
Signorina: Senza documento d'identità, niente pacco.
Io: ... ok, non si preoccupi. Mi può dare il numero di telefono della filiale di Foggia, così vado a prendermi il pacco?
Signorina: Con delega e documento d'identità
(continuo ad inspirare profondamente, col rischio di entrare in iperventilazione)
Io: Ovvio.
Signorina: Guardi, non posso darle il numero di telefono. Oltretutto, vedo che il pacco risulta in lavorazione, quindi potrebbe anche essere già stato caricato sul furgone e non essere più in filiale.
Io: Bene, signorina, se lei mi desse il numero di telefono, potrei capire se partire subito con la macchina e farmi sti benedetti 80 km prima che chiuda la filiale!
Signorina: Mi spiace, non posso darle il numero di telefono.
Io: ...
Signorina: Ma posso metterla in contatto con la filiale. Attenda in linea.
Io: Sì grazie signorina, molto gentile, molto gentile!
(attesa infinita, poi finalmente...)
Signorina: Mi scusi per l'attesa. In filiale non rispondono al telefono. Grazie per aver chiamato il Servizio Clienti di TNT.

2 luglio


Ho paura a chiedere in direzione.
Ma, finalmente, il pacco a mezzogiorno arriva.
Dopo SOLI 4 giorni, il corriere riesce a compiere il tragitto Modena-Vieste.
Dentro c'è tutto: portafoglio, carte di credito, Bancomat, contanti, monetine, documenti, preservativi scaduti da 5 anni, biglietti-ricordo di concerti e di partite, scontrini di bar...
Sono felice!
Nonostante il ginocchio gonfio, sono felice!
Sento che le mie ferie iniziano adesso!

4 luglio


Ore 6:30 di mattina.

Nano: Papi...
Io: ... zzz ...
Nano: Pà!
Io: ... zzz ...
Nano: Pà! Ho vomitato!
Io: ... zzz ... bene, tira l'acqua e torna a letto...
Nano: Non hai capito: ho vomitato di fianco al letto.

Morale: il Nano si becca non so quale virus gastro-intestinale.
Poco più tardi, scopro che il figlio di Manone e Cri ha vomitato tutta notte (SUL letto, a me è anche andata bene).
Poco prima dell'ora di cena, comincia a vomitare anche la Nana.

Vabbè.
Sento che le mie ferie inizieranno domani.

5 luglio


Nella notte, la figlia di Manone e Cri vomita come Linda Blair ne L'esorcista.
Vabbè, sento che domani inizieranno le ferie!

6 luglio


Che l'orrido cane di Manone e Cri abbia vomitato sul loro letto, durante la notte, mi importa veramente una sega.
Ma che sto cazzo di ginocchio si sia gonfiato ulteriormente e che mi faccia un male porco, beh, di quello sì che mi importa!  A metà mattina non lo piego più, il dolore è risalito lungo la gamba e nemmeno lo stato di ubriachezza che mi porto dietro ininterrottamente dal primo giorno riesce ad attenuarlo.
Prendo la macchina e vado al Pronto Soccorso.

Ora, l'ospedale di Vieste è una struttura moderna situata sulle colline nei dintorni della città, praticamente nel mezzo del nulla. Ed è completamente deserto.
Nonostante i vari cartelli (radiografia, emodialisi, tac, pronto soccorso, primo intervento, radioterapia ecc.) l'unica persona in tutta la struttura è un'infermiera (o almeno credo) all'interno di una stanzina "Accettazione turisti".
Poco dopo arriva un medico, probabilmente da casa, mi visita e la diagnosi è quella che mi aspettavo.

Accumulo di liquido nel ginocchio post traumatico, adesso spostatosi sul muscolo della gamba. Terapia: ginocchiera, antinfiammatori per cinque giorni e poi... farsi vedere da un ortopedico.

7 luglio


Vabbè, io mi sento che da oggi inizieranno veramente le ferie... ma cazzo, sono quasi finite!


P.S. per dimenticare le attuali vicissitudini, io e Manone stiamo attuando una forma di meditazione trascendentale di nostra concezione che, ad oggi, ha previsto l'impiego di quanto segue:
  • 5 bottiglie di Montenegro
  • 4 fusti di Heineken da 5 lt
  • 12 bottigliette di una birra di pessima qualità
  • 3 bottiglioni di Negramaro da 2 lt nelle sfide a Texas Hold Em in notturna, da utilizzarsi quando il Montenegro è finito
  • una media di una bottiglia e mezzo (a pasto) a scelta tra Negramaro, Primitivo, Falanghina e altri vini locali.
Del conto non fanno parte gli aperitivi e le birre prese nei vari bar.

martedì 30 giugno 2009

Ferie.

Ok, lo ammetto: scrivo da Vieste e il testo di questo post voleva essere semplicemente:

AHAHAHAHAHAHAH

Ma queste non sono ferie: questo è l'inferno sceso in terra (o salito in terra, a seconda di dove posizioniate l'inferno nel vostro immaginario).
E siamo solo al quarto giorno...

(il resoconto quando mi gireranno meno i maroni)

venerdì 19 giugno 2009

Imprinting

L'imprinting è un tipo di apprendimento molto particolare che avviene in alcuni animali nei primi istanti di vita. I piccoli appena nati riconoscono come madre il primo essere animato che si para davanti ai loro occhi appena usciti dall'uovo.
(fonte: wikipedia)

30 maggio di parecchi anni fa.
Quella sera, per la prima volta, aprii gli occhi sul mondo.
La prima cosa che mi si parò davanti agli occhi furono un'elegantissima maglia bianco-nera ed i marmorei polpacci di Bettega.
E quando uno nasce in questo modo, il suo destino è segnato.

1973

Madre ha la brillantissima idea di telefonare all'ostetrica alle 19 di sera (erano anni in cui le ostetriche visitavano a casa, c'erano ancora le mezze stagioni e si saltavano i fossi per la lunga. E comunque si stava meglio, anche se si stava peggio). "Ho sentito una strana sensazione", le dice. Dopo poco l'ostetrica arriva, dà un'occhiata e dice a Madre di correre in clinica, se non voleva perdere il bambino (io) mentre camminava.
Quindi Madre arriva in clinica ostetrica (erano anni in cui si partoriva ancora in casa o in cliniche ostetriche, oltre alle mezze stagioni, i fossi per la lunga e che si stava meglio eccetera eccetera) e il dottore, noto tifoso juventino, l'accoglie con una bestemmia.

Dottore: "Signora! Non poteva aspettare un paio d'ore? Deve partorire proprio adesso che sta iniziando la partita?"

Madre non può aspettare, dice l'ostetrica, è già dilatata di non so quanti centimetri e tra una bestemmia e l'altra, il dottore fa spostare la televisione in sala parto.
Inizia il parto, Madre non si accorge quasi di niente (nell'arco di 11 mesi ha sfornato due figli in modo completamente indolore, ci siamo impegnati crescendo perché recuperasse con gli interessi il dolore che non le abbiamo procurato durante il parto) finché, ad un certo punto, spunta la mia testa.
Il dottore butta un'occhiata alla televisione e una tra le gambe di Madre, uno sguardo alla partita e uno alla mia testa che fa capolino, finché dice a mia madre di spingere e...

PLOP

eccomi. Mi guardo intorno, con espressione un po' curiosa e un po' perplessa, ma non apro bocca. Non piango. Non emetto un fiato. Niente.
Il dottore mi guarda attentamente, sgrana gli occhi, apre la bocca e...

Dottore: NOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!
Madre: Dottore! Cos'è successo?
Dottore: OOOOMMMIOODDDIOOOOOOO NOOOOOOO!!!!
Madre: Dottore! Presto! Mi dica!!!
Dottore: Ha segnato l'Ajax!!!

E, in quel momento, spalanco la mia boccuccia e strillo con quanto fiato ho nei piccoli polmoncini.

Per la cronaca, quella sera la Juventus perdette la sua ennesima finale di Coppa Campioni.

Ecco, a questo punto potrei stare a tediarvi, raccontando di quando vincemmo la prima Coppa Campioni e di quanto piansi dalla gioia, nonostante la tragedia dell'Heysel (che comunque non compresi, quella sera).
O di quando la rivincemmo, ai rigori, 11 anni dopo (con mia moglie incinta costretta a rimanere chiusa in bagno, per scaramanzia), anche se si chiamava già Champions League.
Potrei raccontarvi di cosa vuol dire aspettare quel momento, quella coppa, per tutta una vita, da quando la vidi perdere appena nato.
Potrei provare ad esprimere cosa vuol dire la tensione prima della partita, lo stato di trance durante la partita, il sollievo e l'estati dopo la vittoria.
Potrei provare a raccontarvi cosa vuol dire guardare l'orologio ogni 12 secondi e accorgersi che il tempo scorre troppo lentamente quando la squadra avversaria è in attacco e di come letteralmente voli quando devi recuperare uno svantaggio.
Potrei dirvi che, quando la vostra squadra segna, tutto il resto non ha importanza. La moglie incinta che sta per partorire, un parente prossimo alla morte, Julia Roberts che ti telefona per dirti che vuole essere scopata brutalmente, Mike Bongiorno che ti telefona per dirti che hai appena vinto cinquecento milioni allegria!, un meteorite che sta per colpire la casa. Tutto questo passa in secondo piano.

E potrei anche dirvi che, quelle sere, sono state i due giorni più belli dela mia vita.
Ma mentirei. Perché la nascita dei miei figli non è stata certo da meno.

E poi ho visto vincere due mondiali! Ma questa è un'altra storia...

DISCLAIMER: questo post è un canto d'amore per il calcio. Il 99% delle donne non potrà capirlo: non è colpa vostra, è che siete cromosomicamente impossibilitate a capire cosa significhi l'importanza di questo sport.

sabato 30 maggio 2009

Messaggio subliminale





(tanti auguri a me, tanti auguri a me, tanti auguri feliciii... tanti auguuuri a meee)

venerdì 22 maggio 2009

Punto. A capo.

Volevo scrivere qualcosa di molto intelligente (come se mi fosse possibile), di emotivamente coinvolgente, di strappalacrime, di significativo... invece la farò breve.

Avete presente una storia che, tra alti e bassi (molti alti, molti bassi) (tipo montagne russe, insomma) (di quelle anche col giro della morte) (mai sopportati i luna park, io), va avanti da 7 anni?
7 anni, avete presente? 2.555 giorni + 2 degli anni bisestili?
Avete presente quanti sono? (il mio matrimonio, tanto per dire, è durato la metà)

Ecco, avete presente.
Avete presente quando finisce, no?
Come ci si sente?

E avete presente quanto suonino stupide, vuote ed anche sfottenti le frasi tipo: "Fa più male a me che a te", "Non ti voglio più vedere, anche se ti amo troppo", "Vorrei fosse andata diversamente" eccetera?
Avete presente quanto riteniate assurde queste frasi e dei luridi pezzi di merda, falsi e bugiardi le persone che le pronunciano?

Ecco, lasciateci almeno il beneficio del dubbio: a volte, quando lo diciamo, lo pensiamo veramente.

martedì 12 maggio 2009

Profumo di fiori di tiglio / fa caldo ma qui si sta meglio

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

Ho pensato ai tigli che circondano la Pensione Manolita, a Rimini, dove passavo le vacanze estive con mia nonna. A quell’odore di nostalgia e di promesse non mantenute, a quella stamberga a conduzione familiare che mi sembrava una reggia, perché mia nonna non doveva preparare i pasti ma, per pochi giorni all’anno, dopo una vita trascorsa a servire gli altri (prima come domestica, da quando aveva dieci anni, prima della guerra; poi come moglie, per un marito che la amava, e come nuora, per una suocera che non la sopportava; poi come commessa in una pizzeria del centro; quindi come madre e infine come nonna), poteva sedersi a tavola e mangiare quello che un’altra persona aveva preparato (e poco importa se, invece, tutte le mattine rifaceva i letti e puliva la camera, perché sì, anche alla Pensione Manolita c’erano le cameriere, ma cazzo, godersi le ferie per intero proprio no!).

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

Ho pensato ai tigli di Rimini e a quelle vacanze con Davide e Andrea, due fratelli di Treviso, grandi promesse del calcio che ora, probabilmente, faranno i carrellisti in qualche azienda del nord-est; e io ero il più piccolo, e quando uscivo con loro mi sentivo figo perché erano più grandi di me; e noi tre, dicevo, passavamo tutto il tempo al bar della spiaggia, a spendere il 50% dei nostri soldi nel juke-box e le uniche canzoni che ascoltavamo erano Mia bocca, I love to love ed Electrica Salsa, ma soprattutto Nostalgia canaglia, che era orribile ma urlare a squarciagola CANAGLIA! a tempo di musica ci faceva sentire bene.
E ho pensato che l’altro 50% dei nostri soldi li spendevamo di sera in sala giochi e a volte si sperava che piovesse anche durante il giorno, così da poterci passare anche la mattina o il pomeriggio. E il tempo lo si passava a guardare quelli grandi che erano bravi a giocare ai giochi che ti piacevano e arrivavano sempre fino alla fine e con un gettone ci stavano anche delle mezz’ore buone. E qualcuno di questi grandi, ogni tanto, quando finiva la partita, prima di inserire il nuovo gettone, ti guardava, tu che eri più piccolo, con il tuo mucchiettino di gettoni nascosti nella mano, che agognavi di poter giocare a quel bellissimo platform che nella tua città non c’era, perché a Modena le sala giochi non c’erano e l’unica che c’era era frequentata da brutta gente, così ti dicevano i genitori e tu non ci credevi e ci andavi di nascosto, finché un tossico ha tirato fuori un coltello e ve l’ha puntato alla gola, a te e ad un tuo amico, e tu gli hai dato tutto quello che avevi, ben cinquemila lire, e invece il tuo amico gli ha dovuto dare anche la catenina d’oro e allora siete arrivati a casa e avete dovuto confessare di essere stati alla sala giochi, e sì, avevate ragione, mamma e papà, è un postaccio e non ci torno più. Insomma, al mare, invece, dove la sala giochi era un luogo anche per i ragazzini, ogni tanto c’era questo grande che ti guardava e ti chiedeva: “Vuoi giocare?”, e tu, con i tuoi gettoni in mano, sentivi la tua voce rispondere: “No no, stavo solo guardando…”. Perché, cazzo, quelli grandi si rispettavano.
E quando invece eri in sala giochi di mattina perché pioveva, e i grandi non c’erano perché erano ancora a letto, e il gioco era libero, e scambiavi tremila lire e ti piovevano in mano una dozzina di gettoni, almeno un paio d’ore di gioco, ecco, solo in quel momento ti mettevi a giocare. E, dopo cinque minuti, immancabilmente, entrava in sala gioco un grande, si appoggiava con una mano al cabinato dove stavi giocando tu, e tu continuavi a giocare, magari addirittura per un minuto intero, e poi capivi di aver tirato troppo la corda… e allora perdevi la partita, volontariamente. E i tuoi 11 gettoni erano lì, in pila, pronti per essere inseriti. Ma il grande ti chiedeva: “Giochi ancora?” e tu avresti voluto rispondere sì, cazzo, sì che gioco, ho ancora 11 gettoni e adesso tu aspetti come aspetto io quando ci sei tu a giocare, invece sentivi la tua voce rispondere: “No no, non ne ho più voglia…”. Perché, cazzo, quelli grandi si rispettavano.
E se anche avevi tutte le intenzioni di giocare un’altra partita, almeno una, cazzo! ho aspettato tanto, una la gioco, cascasse il mondo ma un’altra partita me la faccio, ecco, anche se avevi quest’intenzione, arrivava quello grande che diceva: “Adesso gioco io.” E la sua affermazione la capivi al volo. Adesso. Gioco. Io. Punto. Sì, si sentiva benissimo anche il punto in fondo alla frase, perché quella non era una richiesta, ma non era nemmeno un ordine: era una constatazione. Ma poi, cavolo, non ci sarebbe nemmeno stato bisogno del punto, in fondo alla frase, perché non ti saresti mai permesso di dire “no, ne faccio ancora un’altra”, perché, cazzo, quelli grandi si rispettavano.

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

cavolo, questo discorso della sala giochi mi ha fatto venire in mente che quell’anno ero biondo! Biondo?!? Beh, una via di mezzo tra l’arancione e il biondo, in realtà. Regalo della varicella che avevo avuto il mese prima, in una forma molto violenta, e poiché le papule mi erano venute anche in testa, a centinaia, e poiché le papule divennero vescicole, e le vescicole pustole, e le pustole infine si trasformarono in croste, e avevo un prurito infernale e non potevo grattarmi, il medico consigliò a mia nonna (sì, perché le malattie infettive le passavo a casa di mia nonna, perché mia madre non ne aveva mai avuta una, di malattie infettive) di farmi gli impacchi con acqua e amuchina, per ammorbidire le croste ed alleviare il prurito. E poiché mia nonna mi vuole bene, passava tutto il giorno e tutta la notte a farmi gli impacchi con acqua e amuchina e già che c’era ci aveva messo anche un po’ di acqua ossigenata e insomma, il risultato è che, dopo due settimane di impacchi, avevo una chioma degna di Jurgen Klinsmann ai tempi d’oro, la pantegana bionda di antica memoria.
Ah già, qual è il nesso con la sala giochi? ricordo che stavo guardando giocare un grande e, ad un certo punto, questo mi guardò e mi disse qualcosa. In tedesco. Io feci finta di niente, ma questo di nuovo, ricominciò a parlarmi in tedesco. Non capivo un cazzo di quello che diceva. Sorrisi ed annuii. Lui mi guardò, perplesso. Mi chiese qualcosa. Io sorrisi ancora. Poi mi domandò: “Deutsch?”. Sorrisi. Ritentò: “Tetesco?”. Allora capii. Arrossii e risposi: “No, italiano.” E lui: “Italiano piondo? mah…” A quel punto, mi prese per una spalla, mi attirò vicino a sé, io chiusi gli occhi, in attesa del suo pugno, invece mi mise davanti al videogame, mi lasciò la sua partita e se ne andò.

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

… a te, Brigitte. A quanto eri bella. Ai tuoi occhi azzurri, ai tuoi capelli biondi, con quel taglio così francese, su quel volto così francese, con quel naso così francese e quelle labbra carnose così francesi, e quanto cavolo eri francese, che non capivo una mazza di quello che dicevi, ma ero contento, perché tu eri più grande di me, avevi quasi 16 anni, questo l’avevo capito, ma passavamo le giornate in spiaggia insieme e anche la sera uscivamo insieme, perché tu non conoscevi nessuno e non parlavi l’italiano e allora uscivi con noi, e mi scompigliavi i capelli biondi e sorridevi e io ero innamoratissimo. E pensai che, così come la lingua ci separava, la musica ci avrebbe uniti: io ti insegnai Una canzone per te, tu mi insegnasti Alouette ed io pensai che era la più bella canzone d’amore che avessi mai sentito. E invece era una cazzo di stupidissima canzone per bambini. Ma tu eri bellissima e io ero innamoratissimo e stavamo sempre insieme, e io ero certo che avrei imparato il francese, e poi ci saremmo ritrovati l’estate dopo, e tu ti saresti innamorata di me, e lunedì sera andasti a letto con Andrea. Cazzo. In un solo istante, avevi distrutto il mio amore per te e la mia amicizia con Andrea. Ma, per fortuna, il giorno seguente Andrea e Davide tornarono a Treviso perché avevano un provino nella Primavera di una qualche squadra di Serie A. (Davide lo presero, Andrea no. Ahahah. Così impari.)

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

… ancora a te, Brigitte. A quanto eri bella. E che, quando Andrea ripartì, tutto fu di nuovo come prima. E arrivò mercoledì, e tu mi passavi una mano tra i capelli biondi e io ero sempre più innamorato di te. E arrivò giovedì, e tu mi passavi una mano tra i capelli e io ero sempre più innamorato di te. E arrivò venerdì, e arrivò anche Remo, con la sua bella moto rossa, e quando arrivò sabato trombaste sulla spiaggia.

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

… a te, Brigitte. E a quanto eri zoccola.

Questa sera, in moto, sotto la pioggia, mi sono inebriato del profumo dei tigli in fiore. E ho pensato…

… ma perché cazzo non uso l’automobile, quando piove?